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Batracomiomachia

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BATRACOMIOMACHIA o DELLA STRAGEDIA DI INCONNUTI

Nic Alessandrini + Gio Pistone @portanova12 Bologna il 25 novembre 2016 durante il BilBolBul.

“Guerra fluida e stagnante allo stesso tempo, guerrieri limacciosi, carnefici e vittime, nascosti in attesa, trincerati, nei vuoti di significato della contemporneità, stragi e tragedie commentate dal vociare volgare di sottofondo di una sit com americana.

Batracomiomachia è una satira cupa e sguaiata, una riflessione sul campo di battaglia sul senso stesso della guerra una parata militare in cui i due artisi, Gio Pistone e Nicola Alessandrini, si mascherano senza troppa convinzione, da nemici e contendenti, inviando uno contro l’altro spedizioni di opere-personaggi come anti-eroi, ridicolmente umani e profondamente fragili, nella strenua difesa del proprio vuoto identitario”.

La mostra è curata da Giorgio de Finis

Altri testi su di noi.

 

HARUSPICIA

Si dice che, quando gli ateniesi vollero disfarsi di Pisistrato, si raccontò una favola: le rane, desiderando un capo, chiesero a Giove che gliene mandasse uno. Gli mandò un blocco di legno. Scontente, le rane richiesero una alternativa. Il capo degli dei dell’ Olimpo gli inviò un serpente d’acqua.

Nel Cinquecento, uno scrivano indigeno del Messico tradusse nella lingua nahuatl le favole dello schiavo Esopo (che aveva vissuto nell’epoca di Pisistrato). In un lungo lamento che ricorda il lamento del coniglio che formava parte di un rito sacro dei mexica, le lepri decidono di togliersi la vita. Detto fatto: corrono verso un laghetto per gettarsi nelle acque. Proprio in quel momento, le rane che erano emerse in superficie per prendere il sole, terrorizzate dall’approccio frettoloso delle lepri, si tuffano nuovamente. Le lepri fermano subito la loro fuga precipitosa per riflettere su ciò che era appena successo. ‘Avete visto quelle rane che prima erano qui sull’erba? Quando hanno sentito la nostra corsa, le abbiamo terrorizzate e si sono gettate in acqua. Pensavamo di essere i più umili sulla terra e quindi avevamo paura di tutto. Rincuoriamoci. Quando abbiamo paura, dobbiamo pensare che le altre creature sono più timorose di noi.’

La paura è l’argomento di un’altra delle favole nahuatl: ‘un giaguaro sentì il gracidio di una rana e ne fu terrorizzato, pensando che doveva essere un animale grande. Guardò dappertutto e si preparò per una lotta con il mostro che produceva quel rumore terrificante. Quando la rana lo vedette, scappò. Il giaguaro, approssimatosi a riva, si arrabbiò e si vergognò di essere stato spaventato da una piccola rana. La schiacciò con la zampa, impedendole di recitare nuovamente brekekekexkoaxkoax.

Peter Mason

 

Ma TOPI, RANE E GRANCHI SONO ETRNI?

Diciamo dunque, che noi, le galline, le rane, i topi ed i granchi, gli alberi e le pietre, siamo soltanto momentanee e instabili aggregazioni di un unico campo, l’universo, chiamiamolo ciò che è.  Intanto, dovremmo renderci conto che la stessa definizione di “ciò che è” è di natura discorsiva, è una nostra attribuzione di qualità a qualcosa. Non è la natura di quel qualcosa.

Il discorso di Antistene sugli elementi primi, diremmo oggi sui quanti, ci dice che possiamo ad essi solo attribuire dei nomi, per indicarli, ma non possiamo dire neppure che esistono, né possiamo dare loro qualità alcuna. Ci sembra che lo stesso discorso si possa applicare anche all’universo.  Di esso non possiamo dire che è o che non è.  Lo chiamiamo “ciò che è” per comodità, per capirci quando ne parliamo. Non sfioriamo neppure alcun suo aspetto, né, tanto meno, sfioriamo la sua natura. La domanda che ci viene proposta suona: Ma “ciò che è”, è o no?  Sappiamo però che la domanda e le risposte hanno senso soltanto all’interno del nostro mondo linguistico. Sono necessarie per iniziare a pensare.

Ma vediamo cosa succede se a quella domanda rispondiamo. Se diciamo di no, non iniziamo neppure. Nihil.

Se diciamo di sì, diciamo poi anche che questo “ciò che è” non ha il tempo, non ha lo spazio, non ha senso neppure il ritenere che esso si espanda. E invece ciò che ha tempo, spazio e anche tutte le altre specificazioni, tutte le qualità, è una rappresentazione, appunto noi, le rane, i topi ed i granchi, le galline, gli alberi e le pietre. E possiamo affermare che queste rappresentazioni sono effimere, nascono e muoiono, proprio perché sono nello spazio e nel tempo.

Ora, c’è chi ritiene che questa affermazione sia una follia, che condurrebbe al nulla. Insomma, se riteniamo che veniamo dal nulla e che tra un po’ di tempo non saremo più, staremmo affermando il nichilismo assoluto.  Saremmo nella situazione di chi ha risposto di no alla domanda iniziale. Diremmo che l’essere non è.   Chi afferma questo, afferma che invece quei topi e quelle rane, e la gallina, sono eterni, che sono sempre stati lì e sempre saranno lì, perché sarebbero come impressi su di una pellicola cinematografica e, quindi, noi vedremmo il loro agire e il loro morire, ma si tratterebbe di una impressione falsa. Basta riavvolgere il nastro ed eccoli lì di nuovo, topi e rane che combattono, ancora vivi.  Topi e rane sono dunque eterni. Ma sono eterni nel tempo?

E qui il ragionamento sembra non reggere più all’urto, sembra confinare con un’aporia. Se il tempo misura gli atti, il nascere, il razzolare e il decedere di topi e rane, estendere quel tempo non modifica la loro natura di rappresentazione.  E, se hanno quelle qualità, nascono, squittiscono, gracidano e muoiono. Né potrebbero fare altrimenti, anche se riavvolgiamo il nastro e li rivediamo vivi. Del resto nell’esempio, il nastro, la pellicola sarebbe l’universo, ma la pellicola ha un verso che segna il tempo, ed ha lo spazio dei fotogrammi, mentre l’universo non ha tempo e spazio, non ha materia né energia.

E topi e rane ce li hanno.

Insomma, ogni cosa che è nello spazio e nel tempo, non può essere l’universo, ha natura differente.  E non nasce, né finisce, nel nulla. Nasce e finisce nell’universo. Una rappresentazione che appare e scompare.  Ai nostri occhi la topi e rane saranno un attimo colorato e splendente e si spegneranno.  Ma agli occhi dell’universo, topi e rane sono forse eterni? No, agli occhi dell’universo topi e rane non esistono. Topi e rane esistono solo ai nostri occhi, poiché anche noi siamo nel tempo e nello spazio.

E, rincresce dirlo, topi e rane moriranno.

Forse, come spesso è avvenuto, una interpretazione infondata di Parmenide, tratta non dal suo poema, ma dalle chiose di Platone, Aristotele e Teofrasto, conduce a sostenere tesi assai gracili. Il Parmenide del tutto immobile non è mai esistito. E per Parmenide l’individuo è un insieme di rappresentazioni fugaci, unite dal nòos, non è qualcosa di reale.

Sembra strano, ma è proprio per questo motivo che ci appassioniamo alla battaglia della batracomiomachia.

Massimo Pistone  filosofo

 

RAPIDO RESOCONTO SULLE PICCOLE GUERRE

Come sappiamo esistono le Grandi Guerre. Sono quelle che coinvolgono decine e decine di stati, e che contano migliaia di morti tra civili ed incivili. Poi ci sono le guerre medie, medio piccole o medio grandi, che si avviano tra due o tre stati dove spesso si fa il tifo per l’una o per l’altra parte, a seconda dei vantaggi o dei gusti. Poi ci sono le guerre dimenticate, chiamate così perché avvengono in luoghi dimenticati sia da dio che dalle cronache televisive. Esistono anche le guerre estinte, che sono quelle terminate da anni, ma a cui ci piace ispirarci per scatenarne di nuove. Infine ci sono le guerre minuscole, che sono le guerre che avvengono tra le piccole cose.

Ci sono state, nella storia dell’umanità, migliaia di piccole guerre. Guerre minuscole, appunto, infinitesimali che l’occhio poco pratico dell’Uomo non ha mai percepito. Eppure attorno a lui, nei giardini pubblici, nelle pozzanghere, sulle rive dei fiumi e dei mari, nei boschi selvatici e nei roseti ben curati, persino nella domesticità della sua casa, ancora oggi, sono in corso i più giganteschi scontri.

Quello arcinoto, per via del suo cantore strafamoso, è sicuramente la Batracomiomachia, la guerra tra le Rane e i Ratti. Pochi sanno però, che prima di questa, in epoche oscure, ci fu un’altra guerra, chiamata la Miobatracomachia, ovvero la guerra tra i Ratti e le Rane, scoppiata a causa, a quanto pare, di un peto fuori luogo. Forse a causa delle futilità della motivazione nessun poeta ebbe il coraggio di cantarla alla corte degli antichi sovrani e così un ingiusto oblio l’avvolse poco dignitosamente. Ed a proposito di sovrani, annoveriamo un altro interessante scontro, la guerra tra i Re e i Ramarri, misconosciuta anch’essa, che vide scontrarsi i re e i ramarri di cui sopra, per capire, una volta per tutte, chi tra le due categorie dovesse occupare i troni di tutto il mondo.

Seppur non ci sia stato trasmessa nessun resoconto degli eventi, possiamo immaginare però a favore di chi quell’ancestrale disputa si sia risolta. In ambito casalingo registriamo un’altra piccola guerra: quella tra Ago e Filo, conclusasi con la vittoria di Ago, che infatti a tutt’oggi è il primo ad essere citato nella rinomata coppia. Questa guerra lasciò però nel popolo un grande malcontento, che portò ben presto all’acceso scontro tra Taglia e Cuci, che dopo secoli, ancora riecheggia in quello attualissimo tra Copia e Incolla.

E’ invece più un’accesa disputa diplomatica, un vero e proprio braccio di ferro tra ambasciate, la battaglia tra Uovo e Gallina per comprendere chi tra i due sia venuto prima. Ricordo qui con un groppo alla gola la guerra tra Vino e Birra dove mio nonno, partigiano, perse eroicamente la vita. Pare invece che sia una burla la cronaca della battaglia tra gli Arcobaleni a firma di Ernest Hemingway, nessuno lo ha mai visto né in trincea durante gli scontri, né tanto meno nelle retrovie a ripulire dal sangue i pezzi variopinti delle centinaia di migliaia di feriti.

Marco Taddei  scrittore


giornale

 

Questa la testata del giornale ideato per la vernice.

I testi sono di:

Giorgio de Finis – curatore
Massimo Pistone – filosofo
Francesca Cerbini –  antropologa
Peter Mason
Francesco Bevacqua – fisico
Marco Taddei – scrittore
Demented Burrocacao – tuttologo